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Caratteristiche del vitigno Carignano a Piede Franco

Descrizione del vitigno a bacca nera Carignano

Il Carignano è un vitigno a bacca nera, iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite (D.M. 25/5/1970) e incluso nell’Elenco delle varietà raccomandate per le province di Cagliari, Oristano, Nuoro e Sassari (Reg. CEE 1250/70). Il decreto ne raccomanda inoltre la coltivazione nelle province di Ancona e Roma, mentre lo autorizza in quelle di Rieti e Viterbo.

Fino al 1946, il Carignano non risultava tra i vitigni coltivati in Sardegna. Fu Dalmasso a segnalarne per la prima volta la presenza nei vigneti reimpiantati dopo l’invasione fillosserica.
Nella provincia di Cagliari, la fillossera arrivò relativamente tardi, tra il 1907 e il 1908, ma già nel 1926 aveva devastato circa 67.000 ettari di vigneti nel Campidano e nel Sulcis.

Una delle descrizioni ampelografiche più significative risale al 1964, grazie al lavoro di Breviglieri e Casini, che analizzarono un ceppo conservato nella collezione della Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. All’epoca, il Carignano era diffuso nel sud della Francia, in Algeria, Tunisia, Umbria, Toscana e Sardegna. Era conosciuto con numerosi sinonimi: Boi dur, Carignan, Carignena, Mazuela, Mollard, Girard e Uva di Spagna. Gli stessi autori ne sottolinearono l’importanza economica nel Sulcis e sull’isola di Sant’Antioco, dove veniva utilizzato per la produzione di un vino da “mezzo taglio”, di colore rosso amaranto, asciutto e generoso. Successivamente, anche Vodret (1993), Deidda (1994) e Calò con i suoi collaboratori (2001) hanno fornito ulteriori contributi sulle caratteristiche del vitigno e dei suoi vini.

Oggi il Carignano è ampiamente coltivato in Sardegna, con una netta prevalenza nel Sulcis, in particolare nei comuni di Giba, Sant’Anna Arresi, San Giovanni Suergiu, Santadi, Masainas, Carbonia, Sant’Antioco e Calasetta. Sull’isola di Sant’Antioco, nei comuni di Sant’Antioco e Calasetta, si coltivano complessivamente 353 ettari di Carignano, di cui circa il 95% a piede franco. I terreni, prevalentemente sabbiosi, garantiscono rese medie comprese tra 20 e 50 quintali per ettaro. Negli anni ’70, la superficie vitata a Carignano sull’isola raggiungeva i 2.500 ettari.

Condizioni ideali di coltivazione: clima, terreno e tecniche agricole

La coltivazione a piede franco è possibile solo in presenza di suoli con una percentuale di sabbia molto elevata (superiore al 90%). Questa particolare composizione, pur includendo in parte argilla e limo, impedisce alla fillossera di completare il proprio ciclo vitale, consentendo così la coltivazione di viti non innestate.

Il clima dell’isola è tipicamente mediterraneo, caratterizzato da scarsa piovosità (tra 350 e 450 mm annui) e forte insolazione. Queste condizioni, particolarmente severe, si adattano perfettamente alla natura rustica del Carignano, una cultivar vigorosa e produttiva, capace di adattarsi agli stress idrici e termici. I viticoltori adottano strategie di aridocoltura per favorire l’adattamento della vite, intervenendo con lavorazioni continue del suolo per eliminare le infestanti e impiegando impianti ad alberello molto fitti. Tuttavia, ogni pianta produce una quantità limitata sia di uva che di vegetazione. Questa caratteristica risulta particolarmente vantaggiosa nei contesti siccitosi: una pianta con una chioma ridotta presenta una superficie fogliare traspirante minore, limitando così la perdita d’acqua e risultando più adatta ad ambienti in cui la disponibilità idrica rappresenta il principale fattore limitante.

Carignano a piede franco vs. altre varietà

Il Carignano coltivato a piede franco si distingue nettamente dalle varietà innestate. I vigneti a piede franco vantano una longevità straordinaria, spesso superiore ai 100 anni, grazie a un apparato radicale che penetra più in profondità nel terreno. Questo consente alle piante di accedere a risorse idriche e nutrienti anche durante i periodi di siccità più intensa.

L’assenza del portainnesto consente una trasmissione più diretta delle caratteristiche del suolo al vino, contribuendo a un’espressione autentica del terroir. Nel Sulcis, tale espressione è unica: le sabbie marine, il clima arido, i venti costanti e la presenza di salsedine conferiscono ai vini un carattere irripetibile. Al contrario, nelle viti innestate, l’uso del portainnesto può attenuare o modificare questa identità, rendendo il vino meno rappresentativo del suo territorio d’origine.

Le piante innestate, sebbene offrano una maggiore resistenza alla fillossera, hanno una durata media inferiore e manifestano un comportamento meno “naturale” nella nutrizione e nella gestione dell’acqua. Pur essendo più produttive, tendono a contenere quantità inferiori di tannini, polifenoli e, in particolare, di resveratrolo, un potente antiossidante.

Conclusione

Il Carignano del Sulcis coltivato a piede franco rappresenta un raro esempio di viticoltura autentica, dove la tradizione si intreccia perfettamente con condizioni ambientali uniche.
La sua particolarità non risiede solo nella varietà, ma soprattutto nel modo in cui essa si integra con il territorio, dando origine a vini distintivi, espressivi e di grande fascino.

Erica e Stefano Verona