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Intervista a Roberto Matzeu: Azienda Agricola Piede Franco
30 Maggio 2025
Quando passione e determinazione si incontrano, nascono storie straordinarie.

È questo il caso di Roberto Matzeu, fondatore dell’Azienda Agricola Piede Franco, che ha trasformato il recupero dei vigneti abbandonati dell’isola di Sant’Antioco in una vera e propria missione di vita.
La sua azienda rappresenta oggi una delle realtà più importanti della zona, con uno sguardo sempre attento alla tradizione e all’innovazione.

Presentazione

“Mi chiamo Roberto Matzeu e sono il titolare dell’Azienda Agricola Piede Franco.
L’azienda, oggi si colloca tra le più grandi all’interno dell’isola di Sant’Antioco, dati i circa 5 ettari di terreni vitati, di cui la maggior parte a Carignano e a piede Franco.
Si tratta, quindi, di vigneti storici che sono scampati all’abbandono e che personalmente ho recuperato da 15 anni a questa parte”.

Ci parli della sua attività

“Ho iniziato intorno al 2005 come appassionato di restauro e recupero dei vigneti.
Da qui, mi son reso conto di come fosse la strada corretta da percorrere per un mio futuro lavoro e di conseguenza ho continuato.
Nella vita facevo tutt’altro: studiavo ingegneria. Quindi, il settore era totalmente diverso.
Poi, giocoforza e con un mix di fortuna forse, nel 2013 sono stato nominato miglior viticoltore d’Italia nella categoria under 35, grazie ad un progetto apposito presentato sul recupero dei vigneti storici abbandonati. Da lì è nata la mia figura professionale.
Poi, sono stato notato dalla Cantina Sardus Pater, una cantina del territorio che ha creduto in me, e che mi ha assegnato un incarico importante: quello di tecnico vinicolo e tecnico di laboratorio.
Nel 2015 nacque fisicamente l’Azienda Agricola Piede Franco, e da lì, ettari ed ettari crescevano ogni anno, fino a costruire un’azienda strutturata.
A partire dal 2019, l’azienda ha iniziato il suo progetto di vinificazione con le sue due referenze, Bellesa e Perdularju, con l’ambizione futura di arrivare a fare qualcosa di più grosso come un enopolio, quindi di costruire una cantina tutta mia.”

Qual è la filosofia e/o i valori a cui si è ispirato per il suo progetto?

“È nato tutto dalla volontà di non vedere questo territorio abbandonato, complice del fatto che ero perfettamente consapevole che, laddove guardate adesso, un tempo c’erano vigneti.
Quindi, dal momento in cui ho conosciuto forse la parte più negativa dell’abbandono sull’isola, è nato questo input.

Posso assicurarvi che inizialmente era difficile anche il riuscire ad avere dei vigneti abbandonati in comodato, in affitto o comunque in gestione. Era infatti preferibile, per la mentalità dell’epoca, tenerli abbandonati piuttosto che cederli e strapparli dalla morte certa.
È per quello che ho iniziato questo percorso: la mia stessa azienda si chiama Azienda Agricola Piede Franco perché il progetto era proprio quello di tutelare questo patrimonio storico.

Oggi, 20 anni dopo, ci si rende conto che tra le mani avevamo qualcosa di importantissimo che deve essere tutelato e che vale la pena tutelare, perché fonte di lavoro per tanti e può creare economia.

Non per ultimo, è quello che stiamo andando a costruire dietro queste attività.
Non mi sono soffermato solo sulla parte tradizionale, quindi non ho voluto soltanto condurre i vigneti così com’erano, perché comunque oggi da questo lavoro devi fare anche reddito e ti devi un minimo proiettare nel futuro. Quindi, apportando qualche miglioria e andando a lavorare meglio, siamo giunti al 2025 tenendo radicati alcuni principi legati alla tradizione, per non andare a stravolgere un territorio importantissimo.
Per questo motivo, realizzando i nuovi impianti, si cerca quasi sempre di guardare con attenzione a quello che tradizionalmente si è sempre fatto, per fare in modo che la conduzione e la qualità delle uve che si andranno a produrre abbiano comunque un filo continuo con quelle che sono le vie storiche, malgrado si tratti di vigneti giovani.”

Cambiamenti storici

“La sfida maggiore di oggi non è dettata da quello che vorrei realizzare personalmente, ma è quella di riuscire a produrre e continuare a mantenere la qualità delle uve che vengono prodotte in queste vigne, scontrandosi con quello che è il cambiamento climatico perché stiamo andando incontro a situazioni che sono sempre più dure a livello produttivo. Ad esempio, la siccità, in questi anni, si sta facendo veramente pesante e anche per le vigne, che da secoli sono state elevate in regime di asciutto quindi senza nessun aiuto da parte di irrigazione artificiale, sta iniziando una sofferenza.

Per fortuna, ci sono alcuni accorgimenti che possiamo mettere in atto, forniti anche dalla scienza: prodotti antistress, zeoliti e altri prodotti che ci permettono di avere un approccio molto naturale e non chimico, per cercare di lenire e aiutare le piante durante la fase di maggior produzione.

Per fortuna, sono piante resistenti e abituate a queste situazioni abbastanza estreme e questo ci agevola. Però, sta diventando complicato produrre: le rese produttive sono al ribasso e spesso se non si è attenti diventa poco redditizio, se non anche negativo, produrre in queste situazioni perché son più le spese piuttosto che i guadagni.
Però è una sfida da continuare e cercare di portare avanti, bilanciando tutto quanto.”

Aspetti positivi e negativi

“L’aspetto positivo è che faccio un lavoro che amo e, come si vuol dire, se fai un lavoro che ami il lavoro ti pesa meno.
L’aspetto negativo, invece, è che lavoriamo a cielo aperto quindi quando piove, quando fa freddo e quando fa caldo. Questo fa parte del gioco, come gli handicap di qualsiasi lavoro.
Però è quello che volevo fare quindi son contento e cerco di farlo nel migliore dei modi.
Qualche giornata storta ci sarà sempre ma ce ne sono anche tante positive felici.
È quello che ho sempre sognato fare quello che sto facendo.”

Ricordi d’infanzia legati alla vigna

“Un ricordo d’infanzia è legato ai nonni, quando la vendemmia si viveva sotto forma di festa e quando sotto quest’albero ci sarebbe stata una tavola imbandita in attesa della fine della mezza giornata lavorativa per mangiare tutti insieme.
Sono usanze che sono andate un po’ a perdersi e che invece facevano parte di quella tradizione e cultura radicata che nessuno ci vieta di ricreare nel modo corretto e forse renderebbe la parte lavorativa più piacevole perché poi ci sarebbe quell’attività conviviale e ludica, che comunque secondo me è la parte più importante di questo lavoro.
Il vino, il mondo del vino è aggregazione e unione ed è il fine ultimo secondo me di questo lavoro.

L’unico rammarico è non aver potuto vivere i nonni in età adulta perché mi sarebbe piaciuto mostrare loro cosa oggi sto facendo. Sarebbe stato tutto più bello e più interessante.”