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Intervista a Erica e Stefano Verona: Tenuta La Scogliera

Le radici di un’eredità da proteggere e da preservare

Erica e Stefano Verona raccontano la storia della Tenuta La Scogliera, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare che da cinque generazioni preserva un vitigno centenario sull’isola di Sant’Antioco. Mediante il loro approccio sostenibile e radicato nelle tradizioni, puntano alla valorizzazione del territorio attraverso il vino e l’enoturismo, mantenendo vive le tecniche agronomiche del passato e promuovendo la cultura locale.

Presentazione

Erica: “Io sono Erica Verona e con papà Stefano, nonché agronomo delle nostre vigne, siamo la Tenuta La Scogliera, un’azienda a conduzione familiare che esiste ormai da cinque generazioni. Abbiamo ereditato dai nostri nonni, passando per i bisnonni e così via, un vitigno che è centenario e che va preservato. Noi ci stiamo impegnando per far conoscere e divulgare in tutto il mondo quella che è la nostra eredità e il nostro patrimonio culturale. Stiamo cercando di mandare avanti un progetto di salvaguardia del territorio e delle nostre tradizioni. Infatti, il logo del nostro vino “Raixe”, che significa radici in italiano, vuole appunto conservare il dialetto tabarchino. Ci troviamo sull’isola di Sant’Antioco e il nostro vitigno è praticamente a ridosso di una scogliera a picco sul mare; così, abbiamo chiamato la nostra azienda “Tenuta La Scogliera” e dato che le nostre radici sono antichissime, il nostro nome e logo rimanda alle radici, le radici della famiglia”.

Stefano: “Rimanda anche alla tradizione vitivinicola, quindi le radici del Piede Franco, cioè le radici che noi abbiamo conservato e che non abbiamo mai “inquinato” con gli innesti delle radici della vita americana. Nella nostra azienda non è mai entrato un tralcio di vite americana.”

Erica: “Questo è il nostro progetto e vogliamo portarlo avanti in termini enoturistici quindi vogliamo riuscire ad affacciarci nel mondo dell’enoturismo in toto, affinché più persone possibili, più conoscitori dell’isola possano, attraverso il vino, attraverso la visita al vigneto e attraverso i nostri racconti, entrare proprio nel vivo di quella che è la storia del vitigno, la storia della dell’isola a livello vitivinicolo e come patrimonio da non perdere, nonostante sia poco fruttifero e anche in un certo senso poco gratificante.”

Parlateci delle tecniche agronomiche che usate nei vostri vitigni

Stefano: “Il nostro metodo di lavoro è più fedele possibile alla terra. Per quanto riguarda le tecniche agronomiche utilizzate, abbiamo cercato di mantenere in toto le vecchie tradizioni. Ovviamente le lavorazioni che venivano fatte prima utilizzando, per esempio, la trazione animale, oggi dal punto di vista economico non sono più compatibili, quindi utilizziamo delle trattrici a motore, avendo cura di utilizzare delle trattrici a basso impatto ambientale e quindi curando tutti gli scarichi per ridurre al minimo le emissioni.  Nell’ambito delle lavorazioni e delle concimazioni, siamo contrari alle concimazioni chimiche, tant’è vero che non vengono fatte nella nostra azienda, ma utilizziamo delle concimazioni naturali: lo stallatico maturo che oggi diventa anche abbastanza difficile da reperire, mentre ai tempi di mio padre, ovviamente, era più semplice avendo accanto un allevamento di bovini.
Per quanto riguarda invece le concimazioni azotate utilizzo la tecnica del sovescio: alla fine di novembre semino delle leguminose che sono notoriamente delle piante azoto-fissatrici, cioè che catturano l’azoto atmosferico e lo inglobano nei tubercoli radicali e dopodiché lo rilasciano lentamente alla vite. Il sovescio è una pratica che consiste appunto nel macinare, triturare e interrare il Favino, in questo caso. Le leguminose, in particolare nel periodo di piena fioritura, hanno accumulato al massimo all’interno dei tubercoli radicali la maggiore quantità di azoto.”

Parlateci delle strategie che adottate per proteggere le viti dalle malattie più comuni

Stefano: “Per la cura contro le principali fitopatie, stiamo parlando di Oidio e Peronospora, cerchiamo di utilizzare dei prodotti biologici: per l’oidio si utilizza sostanzialmente lo zolfo, mentre per la peronospora che, in quanto fungo molto dannoso, colpisce e annienta le produzioni soprattutto nelle annate molto umide, abbiamo trovato un’ottima argilla, la zeolite cubana che spruzziamo sulla vegetazione e riesce ad assorbire l’acqua, asciugando le foglie in fretta. La zeolite ci dà anche una grossa mano perché funge da deterrente nei confronti degli insetti dannosi per la vite: vengono distratti dall’argilla che dà dei riflessi particolari alle foglie della vite e fa si che gli insetti non attacchino.”

Quali sono le tecniche che utilizzate per la sostituzione delle piante in un vigneto centenario?

Stefano: “Utilizziamo delle pratiche “vecchie”, tipo la propaggine tradizionale: quella che a Sant’Antioco chiamano “Fundu Croccau”, nel nostro dialetto tabarchino lo chiamiamo “abbatte fundi”. Ciò significa proprio abbattere, quindi coricare in un profondo fosso l’intero ceppo e far emergere dei tralci da questo ceppo dove c’erano delle fallanze. Le fallanze (assenza di pianta) in un vigneto centenario ci sono perché alcune piante ovviamente muoiono, alcune piante invece per incidenti con i mezzi meccanici vengono estirpate e quindi hanno bisogno di essere sostituite. Per la sostituzione delle piante molti usano la “trappa”, consistente nel prendere un tralcio dalla pianta madre, interrarlo e farlo emergere dove manca la pianta. Lì ci troviamo di fronte ad una pianta vecchia e una pianta giovane insieme, mentre invece noi preferiamo fare appunto “Abbatte fundi” o “Fundu Croccau” in modo da avere due o tre piantine completamente giovani su radici vecchie. Questa è una tecnica appresa dagli avi che funziona benissimo tant’è vero che questi tralci producono già dal primo anno e la pianta madre praticamente non viene sfruttata perché viene interrata completamente.”

Quali sono i progetti futuri?

Erica: “Per quanto riguarda i progetti futuri dell’azienda, sicuramente investire sul territorio e far conoscere quanto più possibile il patrimonio vitivinicolo che l’isola di Sant’Antioco ha da offrire a tutto il mondo. Abbiamo un patrimonio che presto verrà riconosciuto molto più grande rispetto a quello che è adesso: c’è chi parla addirittura di riconoscimento Unesco. Per adesso, basta che le persone che vengono a visitarci, sappiano che il territorio dell’isola di Sant’Antioco offre un patrimonio enologico che non ha nulla a che invidiare a tutti i grandissimi fenomeni enoturistici che ci sono in altre regioni. Costituiamo un’agricoltura vitivinicola eroica perché siamo su un’isola, quindi, è molto difficile da mandare avanti: questo dovrebbe darci un valore aggiunto. Inoltre, contiamo moltissimo di investire sull’enoturismo in modo che le persone possano conoscerci anche da un punto di vista enologico. Si viaggia attraverso la bottiglia e attraverso il calice sicuramente, però anche la conoscenza del da dove arriva quel calice, la storia e la cura del vitigno è molto importante.”

Quali sono i ricordi d’infanzia e i ricordi passati?

Erica: “Il ricordo del passato, lo associo moltissimo anche a questa parte che vi sto raccontando del mio progetto futuro: non esiste un futuro se non c’è passato. Nel mio caso specifico, ho tutt’altra laurea e ho studiato tutt’altro nella mia vita, però è proprio una questione di affetto: “perché i miei nonni, mio papà si sono fatti impegnati per arrivare fino ad oggi e io dovrei vendere tutto e mandare tutti i sacrifici in fumo?”. È un peccato. Loro si sono impegnati molto, proprio perché facevano altri lavori, per poter mandare avanti questa quest’azienda e quindi io sento una sorta di responsabilità, proprio affettiva, perché comunque perdere tutto questo sarebbe un vero peccato a livello patrimoniale territoriale e familiare. Il mio ricordo è questo: mio papà che da quando sono piccola anziché portarmi in piazzetta a giocare mi portava qua, in vigna, mi faceva vedere le viti c’erano, gli animali, c’era il cavallo. È un ricordo legato alla mia infanzia.”

Stefano: “Ricordi ne ho tantissimi, ma in questo momento il mio ricordo è mio padre. Ho una foto con mio padre qui, seduti proprio dove siamo seduti adesso, con alle spalle il faro di Mangiabarche in uno dei pochi momenti che ci concedevamo quando lavoravamo in vigna. Venivamo qui, ci facevamo il bagno e scendevamo dalla scogliera: se lo racconti in giro, che noi scendevamo qui, magari non ci crede nessuno. Mio padre è la persona che mi ha trasmesso la passione perché fin da piccolo mi portava con sé: all’età di 3/4 anni, andavo con lui in vigna e volevo fare tutte le cose che faceva lui, anche se, ovviamente, non riuscivo. La passione che mi ha trasmesso ha fatto sì che io approfondissi anche gli studi in agraria e quindi fu la sua più grande soddisfazione quando presi la laurea come dottore agronomo. L’altro bellissimo ricordo è del giorno in cui mia figlia mi disse “Papi, voglio fare la bottiglia”: lì mi accorsi che ero riuscito, dopo tanti anni, a trasmettere a mia figlia ciò che mio padre mi aveva trasmesso. Quindi torniamo sempre lì, alle radici del passato e le radici che spero rimangano nel futuro.”